Unconditional Love

 

Intervista alla curatrice della mostra collettiva “Unconditional Love”, 53 Biennale di Venezia,

Alinda Sbragia

 

“Amore Incondizionato” è uno dei concetti più studiati dai filosofi di tutti i tempi. Cioè, amore senza condizioni. Senza restrizioni, remore o freni. Impossibile da trattenere, scatenato, irruente e puro. Amore vero. Amore ceco. Il più inspiegabile ed incomprensibile dei sentimenti. Il più profondo , segreto ed inesauribile fiume di emozioni. Il non-luogo dove “amore” può ignorare il “pensiero”. Il frutto proibito dell’anima nostra. “Amore incondizionato”. Quell’ imbarazzante momento quando la ragione non può più contrastare il sentimento, quando i confini del raziocinio vengono superati e dimenticati. Allora, quando tutto è senza condizioni, l’ essere umano percepisce di essere inarrivabile, eletto, potente ed unico in natura. E quando si capisce di provare “incondizionato amore” per qualcosa, ci si percepisce adulti e si accetta la propria straordinaria essenza: quella di “essere umano”. Consapevoli culturalmente di tutto ciò, abbiamo cercato di prendere in giro una visione moderna del termine “AMORE”, divenuto oramai cliché, unendolo poi al quasi utopico “INCONDIZIONATO”. Impostando in questo modo il lavoro abbiamo cercato di mettere in crisi sia gli artisti che un pubblico non prettamente dedicato “solo all’ arte”. Entrambi sono oramai quasi disabituati ad assumersi la meravigliosa responsabilità di “filosofeggiare” o “leggere tra le righe” di fronte ad un opera d’arte, costringendoli di conseguenza a ribaltare il lato della medaglia da affrontare. Abbiamo cercato cioè di riportare Artisti e Spettatori ad incontrarsi nuovamente sul terreno della metafisica. Obbligandoli a tener conto dei vari livelli di lettura che può e deve avere un opera per essere catartica, filosofica, emozionante, valida ed importante umanamente e culturalmente.

Sono Artisti di varie nazionalità, età ed esperienza lavorativa. Non hanno nulla in comune, a parte la passione. Il nostro obiettivo non è di illustrare un percorso, ma quello di far sentire “fisicamente” la vasta piattaforma dei diversi significati che un concetto può avere. Attraverso tutte ed ognuna delle opere esposte. Nel modo stesso in cui vengono esposte. Era non facile a far vivere insieme le opere cosi diverse e cosi forte. Abbiamo cercato di sintonizzare il battito di ogni uno dei artisti sulla stessa onda. Per noi Il concetto portante è: enfatizzare una fisicità che coinvolga fino a costringere alla “percezione”.

 

Un insieme di opere che “parlano” di ciò che abbiamo concepito. Il nostro apporto è altrettanto creativo ma non può essere che l’”allestimento” la “valorizzazione”, la mediazione tra chi opera e chi guarda.

Il progetto “La Festa del Trimalcione” ci ha coinvolto molto. Il fatto di averlo con noi a Venezia in prima Mondiale, allestito in un padiglione rotondo di 400m2, costruito apposta per loro, è entusiasmante. Vedendo le più di 1500 immagini del progetto, ci siamo trovati, magicamente, all’ interno della raffigurazione di un orgia, “candida”, perfettamente “lucidata a specchio” il tutto realizzato in “alta definizione”.. Con rappresentati i vari intrecci tra le relazioni di sesso, potere, oppressione e dipendenza tra le razze e le classi sociali. Possiamo tranquillamente affermare che quest’opera è il ritratto del paradosso che conclude mirabilmente il cerchio del nostro, a lungo pensato, concetto tematico.

 

L’Europa è vecchia. Si discute delle sue possibili malattie geriatriche. C’è chi scommette già sulla sua sepoltura. C’è chi ne progetta la tomba.

Sono tutti illusi!

L’Europa sta continuando a spianare la sua strada, protagonista nelle invenzioni delle arti visive. Le ha in gran parte inventate queste arti, ne conosce i segreti, ne domina i linguaggi e per questo motivo si sente all’altezza di rinnovarli.

Ma soprattutto l’Europa d’oggi sta riscoprendo la complessità della sua dimensione, fisica e temporale. Durante il secolo breve si trovò separata in due parti: sta ora ritrovando la sua dimensione grande, quella che la cultura ha sempre unito nel dibattito più complesso e articolato che la storia dell’umanità abbia conosciuto.

Il vento che spira dall’Est è carico di energie inattese. La grande madre Russa è tornata nella competizione dopo gli anni ’80. I primi passi furono incerti perché pensavano di dovere seguire orme certe, quelle che avevano tracciato i sacerdoti del capitalismo vincente nei covi gloriosi della formidabile New York. Fu un tentativo fragile quanto patetico. Durò per fortuna poco.

La seconda generazione si sta impegnando in una impresa ben più fortunata: ha deciso di crescere sulle proprie radici, è tornata russa, con convinzione. Ha riscoperto la potenza del sentimento, il patos del mito, la dimensione vasta del lavoro, l’impegno a costruire, e si è combinata con la più russa delle qualità, l’ironia melanconica. Ama, come sempre hanno amato i russi, la grande scommessa dall’aspetto impossibile.

AES+F è oggi il gruppo inventivo più sorprendente che abbiamo visto apparire. Fece in silenzio il suo ingresso sulla scena internazionale nella Biennale scorsa. E fu subito percepito per la sua freschezza creativa, per la fiaba che raccontava, crudele e epica come quella d’un Ballet Russe di Diaghilev. Affronta il linguaggio artistico dove massimo è il grado di ambiguità, il mondo contraddittorio del video, dove accanto a capolavori veri e propri si presentano con mesta regolarità filmati troppo modesti per finire sulle reti televisive e quindi pronti ad un riscatto fittizio negli antri neri delle manifestazioni pubbliche. Il video d’arte sta definendo la sua identità stabilendo la linea che lo separa dal video per piccolo schermo. E’ d’arte, quindi deve trovare il suo ambito. E’ tale solo se coinvolge l’ambiente circostante, compreso lo spettatore, in una avventura temporale e ripetibile. S’avvicina alla grande performance d’un teatro virtuale dell’anima. Loro, i ragazzi di AES+F, in questa impresa sono riusciti perfettamente allora, e ci riprovano ora. Affrontano la tematica sempiterna di Trimalcione, e chissà che non siano in grado di dare anche un contributo all’indagine sul carattere dei discendenti attuali del più cacciarone dei romani.

Il lavoro di Velena Nikova è conseguenza della più insospettata fra le sedimentazioni del linguaggio. Parte lei da una prassi che potrebbe sembrare addirittura facile, quella della serigrafia. Vi porta tutta la contorsione dell’ingegneria russa e lo trasforma in un impegno senza fine ne limite. Le pellicole della serigrafia vengono corrette a mano in ore e ore di lavoro finché non assumono un carattere mutato; vengono poi stampate con successivi passaggi di inchiostri, con lente attese e ulteriori correzioni. Ne deriva in questo caso un opera di nero su nero su neri su neri, dove l’occhio cessa ogni confusione purché la mente abbia voglia d’impegnarsi nella lettura. Quoi de plus russe? Avrebbe detto una signora parigina addentrandosi nei meandri di Léon Bakst. Che c’è di più letterario che chiedere alla tela ultimata, esposta in una dimensione da grande collocamento pubblico, una attenzione lunga, una seduta di riflessione che le arti d’oggi non chiedono quasi mai, felici come sono d’essere anche solo intraviste, pronte ad essere minimali nello stesso loro concetto. Ovviamente il racconto segue la medesima fatica introspettiva che la mano persegue nella realizzazione. Gli strati del sentito, la sedimentazione delle memoria e degli affetti, delle ansie e delle aspettative, tornano lentamente a rivelarsi. Ci vuole pazienza, così come l’arte sempre ha richiesto e come l’anima russa da sempre trova naturale.